Chi pensa che serva azzerare per cambiare, spesso non vuole cambiare davvero.
Vuole solo sostituire.
Ma la vera trasformazione è quella che somma, che connette, che tiene insieme.
Proprio come nella successione di Fibonacci.
Proprio come in un’università che sa crescere, evolvere, migliorare.
Insieme.
La successione di Fibonacci è una sequenza matematica tanto semplice quanto affascinante:
1, 1, 2, 3, 5, 8, 13…
Ogni numero nasce dalla somma dei due precedenti.
Un’idea essenziale, che si ritrova in natura e in ogni sistema che cresce con equilibrio: nella disposizione dei petali, nella spirale delle galassie, nella crescita delle piante. E anche nelle organizzazioni umane, se funzionano davvero.
C’è una bellezza particolare in quella logica: ogni passo in avanti è radicato in ciò che lo precede.
Ogni forma di progresso nasce da un dialogo tra passato e futuro.
Senza cancellazioni, senza strappi.
E man mano che la sequenza avanza, tende verso una proporzione costante, la sezione aurea.
Una forma di armonia che ritroviamo nell’arte, nell’architettura, nel diritto, nella medicina.
Segno che la vera eleganza — anche nei sistemi complessi — arriva da un equilibrio profondo.
Penso che anche l’università possa cambiare così.
Costruendo insieme, con metodo, con trasparenza, con coerenza.
In queste settimane, nel confronto elettorale, la parola “discontinuità” ricorre spesso.
Ma vale la pena chiederselo: quella proposta rappresenta davvero una discontinuità autentica?
O rischia di essere solo una negazione del passato, senza un progetto credibile per il futuro?
Perché non tutta la discontinuità è uguale.
Ce n’è una che dice di voler distrugge tutto per rifare daccapo. Ma spesso è apparente, "cambiare tutto, per non cambiare nulla"
E ce n’è un’altra che lavora sul costruito, corregge dove serve, riconosce il valore del lavoro fatto e lo porta più avanti.
Negli ultimi anni, la nostra comunità ha affrontato prove durissime.
La pandemia, il PNRR, l’evoluzione continua della didattica, della ricerca, dell’amministrazione.
Molte persone, con ruoli diversi e in ogni parte dell’Ateneo, si sono impegnate con serietà, coraggio, intelligenza.
Quel lavoro non può essere liquidato.
È il risultato di anni difficili, di scelte complesse, di impegno collettivo.
Negarlo significa ignorare la realtà.
Solo riconoscendolo possiamo costruire qualcosa di migliore.
Cambiare sì, ma con consapevolezza e spirito critico.
Con l’idea che ogni passo avanti è più solido se non rompe, ma integra.
Se valorizza le differenze.
Se crea fiducia, non fratture.
E forse non è un caso che proprio quella sequenza — la Fibonacci — sia visibile, in modo permanente, sul simbolo iconico della nostra città: la Mole Antonelliana.
Come se anche Torino, con il suo modo discreto ma profondo, volesse dirci qualcosa.
Che l’equilibrio conta.
Che la coerenza ha valore.
Che per crescere davvero, serve tenere insieme.
Fibonacci, insomma, ne sapeva più di molti sedicenti riformatori.
E non servono formule complesse per capirlo.
Basta alzare lo sguardo.