Child Penalty: una sfida cruciale per l'Università e il futuro del lavoro femminile
Le scelte personali non dovrebbero mai rappresentare un ostacolo alla propria realizzazione, né nella vita né nella carriera.
Eppure, per molte donne, conciliare aspirazioni professionali e responsabilità familiari resta una sfida complessa, segnata da rinunce, ritardi e ostacoli spesso invisibili.
Chi desidera diventare madre si trova spesso costretta a rimandare questa scelta per timore di compromettere il proprio percorso lavorativo, finché — troppo spesso — quella possibilità svanisce. Altre affrontano la maternità con grandi fatiche fisiche, psicologiche e professionali.
E non si tratta solo di figli: anche la cura dei genitori anziani, che ricade in larga misura sulle donne, rappresenta un carico significativo, ancora poco riconosciuto, che incide sulla libertà di scelta, sul tempo disponibile e sulle opportunità di carriera. In tutto questo, dobbiamo chiederci con onestà: quale libertà stiamo realmente offrendo alle donne? Quali prospettive vengono offerte alle giovani donne e in condizioni di precarietà?
Mi appoggio, per queste riflessioni, anche alla recente analisi pubblicata da Adnkronos Demografica sul report “Le Equilibriste – La maternità in Italia 2025” di Save the Children, che ha riportato con forza al centro del dibattito una questione cruciale: la child penalty, ovvero lo svantaggio professionale e di carriera che colpisce le madri nel nostro Paese.
I dati sono inequivocabili: il 20% delle donne lascia il lavoro dopo la nascita di un figlio. Il tasso di occupazione passa dal 68,9% tra le donne senza figli al 62,3% tra le madri. Al contrario, tra gli uomini, il tasso cresce dal 77,8% al 91,5% con l’arrivo di un figlio. Il 72,8% delle dimissioni volontarie di genitori con figli tra 0 e 3 anni riguarda donne.
Questi numeri non sono solo statistiche, ma rappresentano vite reali, percorsi interrotti, talenti perduti. E descrivono una realtà che non possiamo più ignorare: un Paese — il nostro — che si colloca al 96° posto su 146 per partecipazione femminile al lavoro.
Questa penalizzazione è presente anche nel mondo accademico, e si manifesta non solo nell’accesso e nella progressione di carriera, ma anche attraverso ciò che viene definito “lavoro domestico accademico”: tutoraggi, partecipazione a commissioni, incarichi gestionali e amministrativi che, pur essendo fondamentali, sono spesso poco valorizzati e ricadono in modo sproporzionato sulle colleghe. Questi squilibri limitano il tempo da dedicare alla ricerca e alla crescita professionale.
Come candidata Rettrice, ritengo che l’Università debba essere in prima linea nel riconoscere e contrastare queste dinamiche. La parità di genere non può restare una dichiarazione di principio: deve tradursi in scelte strutturali, misurabili, accessibili e continue, capaci di rimuovere gli ostacoli e valorizzare pienamente il contributo delle donne in tutte le fasi della vita e della carriera.
Il monitoraggio delle carriere, la redistribuzione dei carichi accademici, il sostegno alla genitorialità e alla cura della persona sono strumenti concreti che dobbiamo mettere in campo, se vogliamo davvero costruire un Ateneo più giusto, più equo e più libero.
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